OBBLIGHI SOCIALI
Rating: G
Riassunto: “Se c'era una cosa che suo padre gli aveva insegnato è che
alcuni obblighi sociali andavano adempiuti, e assunti personalmente.”
Avvertimenti: One-shot, ambientata nel futuro post-HBP.
Pairing: Draco/?, Draco/Pansy, Ron/Hermione accennato
Ringraziamenti: Grazie a chi, con la sua traccia, mi ha ispirato a
scrivere la mia prima (e spero non ultima!) storia sul Potterverse. Mille grazie
anche a Zefiro, per essere stata una beta professionalissima, e a Shaya Rose,
per avermi aiutato con l'elaborazione dell'ultima parte.
Disclaimer: Il mondo di Harry Potter appartiene a J.K. Rowling, e io me ne approprio brevemente per diletto e assolutamente non per scopi lucrosi.
Note: Questa storia è stata scritta per il 2° concorso della community
HP Ficexchange,
seguendo una traccia che troverete a fine storia.
Disteso supino sul letto dei suoi genitori, Draco Malfoy fissava silenzioso il
soffitto.
La sua casa non stava cadendo a pezzi, non c'erano crepe nei muri o ragnatele
negli angoli.
L'elfo domestico -- quello nuovo, che avevano dovuto accogliere dopo la fuga di
Dobby -- aveva impiegato un bel po' di tempo a imparare le regole di casa, ma
ormai conosceva ogni anfratto del maniero e lavorava religiosamente in silenzio,
senza dargli nessuna grana.
Sembrava che tutto andasse avanti senza che Draco dovesse nemmeno alzare un
dito.
Però, riflettè, il soffitto aveva bisogno di una riverniciatura, di essere
dipinto di un colore diverso, più scuro, che si adattasse al suo attuale umore.
Un grigio sarebbe stato perfetto, grigio come il cielo in quei giorni d'estate
dove sembrava volesse piovere ma non accadeva, e intanto l'aria era pesante e
rarefatta, irrespirabile.
Avrebbe dato la riverniciatura domani, di persona, tanto per sentirsi coinvolto
in un'attività.
...O forse avrebbe chiesto all'elfo -- quello di cui non ricordava il nome -- di
farlo al suo posto, solo perchè poteva dargli ordini, e guardarlo lavorare lo
divertiva più che se lo avesse fatto da sé.
Sì, avrebbe fatto così. Domani, però. Ora non poteva di certo. Stava già
pensando ad altro.
Stava pensando all'armadio laccato di bianco di fronte al letto, e a quanto suo
padre, dopo averlo comprato, aveva insistito per assistere agli incantesimi di
montaggio dei venditori perchè, gli aveva detto, non bisognava mai fidarsi dei
manovali.
In effetti, se c'era una cosa che suo padre gli aveva insegnato, prima di esser
rinchiuso a vita in una grigia grigia cella di Azkaban, è che alcuni obblighi
sociali andavano adempiuti, e assunti personalmente.
1. Adoprarsi in opere di beneficenza
Igea Robbins, direttrice dell'Ospedale San Mungo per Ferite Magiche, stava
leggendo le referenze degli ultimi aspiranti Tirocinanti quando la pianta
accanto alla porta del suo ufficio si animò agitando le foglie.
“C'è una visita, signora: il signor Malfoy.”
La donna inclinò il capo di lato e, sospirando, osservò la porta aprirsi per
lasciar entrare il suo ospite.
Il giovane Malfoy, vestito elegantemente come ogni volta che le aveva fatto
visita, la salutò brevemente, e andò a sedersi alla solita poltroncina,
accavallando le gambe con studiata noncuranza.
Se Igea avesse potuto, avrebbe guarito tutti i mali del mondo, compresi quelli
invisibili, quelli dell'animo, che non possono curarsi con un succo
Rimpolpasangue o un decotto Tiramisù.
Se avesse potuto, avrebbe guarito l'uomo di fronte a lei dall'apatia che
ostentava, e che forse mascherava soltanto un'immensa tristezza.
Purtroppo, come aveva appurato nel corso della sua esperienza, per alcuni
malanni non c'erano davvero rimedi...
“Cosa posso fare per lei?”, domandò invece, aggiustandosi le piccole lenti che
portava sul naso. “Come aveva richiesto la scorsa volta, su nel Reparto
Quarantanove...”
Prima che potesse finire, Draco Malfoy la interruppe bruscamente con un gesto
della mano.
“Sono qui oggi per un altro motivo, signora,” disse senza preamboli. “So che mio
padre è sempre stato uno dei benefattori dell'ospedale, e volevo darle la mia
parola che ho intenzione di seguire i suoi passi con le medesime donazioni.”
Igea si lasciò ricadere contro lo schienale, chiedendosi come qualcuno potesse
sembrare così freddo e distaccato mentre stava per fare così tanto bene.
“Beh, signor Malfoy, non so davvero come esprimerle tutta la mia gratitudine e
quella degli ospiti del San Mungo per la sua generosa decisione...”
Di nuovo, fu interrotta dall'uomo seduto di fronte a lei, che scosse la testa.
“Non c'è bisogno di ringraziarmi, signora.” Si alzò, porgendole la mano, che lei
strinse prontamente. “La contatterò presto per un appuntamento con il mio
notaio.”
La donna annuì, sollevata che l'incontro fosse già concluso senza troppi
convenevoli. Si alzò, lisciandosi il camice un po' stropicciato, e accompagnò
Draco alla porta, aprendola per lui.
Draco Malfoy si soffermò all'entrata mentre si avvolgeva il mantello intorno
alle spalle.
“Naturalmente, posso contare...” cominciò piano, senza incontrare lo sguardo di
Igea, “...sul fatto che mia madre avrà una sistemazione più... consona?
Alla mia ultima visita ho avuto l'impressione che il colore delle pareti non
fosse di suo gradimento...”
Sebbene non potesse curarli, Igea aveva sempre provato a conoscere tutti i suoi
pazienti. E conoscendo questo particolare malato, si era aspettata, questa volta
come le precedenti, una richiesta impossibile da soddisfare...
“Che colore consiglia?” domandò invece, sapendo che da quel momento in poi, se
anche quest'uomo avesse chiesto la luna, il suo desiderio avrebbe dovuto essere
in qualche modo soddisfatto.
Draco Malfoy ci pensò su un momento prima di risponderle, sorridendo senza che
il sorriso arrivasse ad illuminargli gli occhi.
“Un grigio chiaro andrà bene. Sono sicuro che la mamma approverebbe. Arrivederla,
signora.”
E così dicendo, varcò la soglia senza voltarsi indietro, e Igea Robbins lo
guardò allontanarsi finchè non scomparve dietro l'angolo, la sua presenza ancora
vibrante nell'aria.
2. Adempiere ai doveri filiari
Narcissa Malfoy camminava avanti e indietro nella sua stanzetta, affacciandosi
di tanto in tanto alla finestra incantata, e sentiva urlare.
Attraversava la stanza a piccoli passi, dalla porta al suo letto e viceversa,
poi siedeva allo sgabello di fronte allo specchio, si pettinava i lunghi capelli
biondi, e continuava a sentire urlare.
La sua Guaritrice -- quella stupida ragazza Weasley -- le portava la colazione,
il pranzo e la cena, e le urla non cessavano mai.
Narcissa se ne sarebbe lamentata, se non fosse che non parlava più.
Non che non potesse o talvolta non volesse, ma semplicemente non parlava più, e
questo era quanto: conviveva con le urla, così come badava ancora al suo aspetto
o indossava i suoi begli abiti.
Stava appunto scegliendo cosa avrebbe indossato quel giorno, quando sentì
qualcuno sfiorarle il braccio. Infastidita, si volse a guardare suo figlio.
Narcissa Malfoy era sempre stata molto orgogliosa di Draco, con i suoi mantelli
sempre eleganti, il suo bel portamento, i modi squisiti e le amicizie più che
raccomandabili, ma, doveva purtroppo ammetterlo, da quando suo padre era stato
mandato in prigione, non era più stato lo stesso.
Sebbene lei, nonostante tutto, avesse continuato a dargli il buon esempio, suo
figlio era diventato distratto, poco affettuoso, deludente negli studi quanto
nelle persone che aveva preso a frequentare, come quella Weasley, con cui lo
aveva sorpreso più di una volta a parlare da vicino quando veniva a farle
visita.
Narcissa sapeva che tutto ciò era anche conseguenza delle loro dubbie alleanze
nel corso della guerra, ma tendeva per lo più a non pensare a quella fase della
sua vita, e a tenere comunque il suo disappunto per sé.
Ritto in piedi davanti a lei, Draco le stava parlando, ma al di sopra delle urla
Narcissa riuscì solamente a cogliere le parole “grigio” e “mangiare”, e non le
andava di chiedergli di ripetere.
Annuì comunque comprensiva, e accarezzò il viso del figlio con una mano mentre
con l'altra gli ravviava i capelli.
In fin dei conti era sempre suo figlio, anche se aveva deluso l'Oscuro Signore,
aveva tradito la loro famiglia e parlava più di quanto fosse necessario con la
sudicia figlia dei Weasley.
Era suo figlio, e per quel che le era possibile, Narcissa lo amava e gli
dimostrava il suo affetto, quando lui le portava un mazzo dei suoi fiori
preferiti, e anche quando lui se ne dimenticava.
Congedandolo con un cenno del capo, si volse di nuovo verso l'armadio, e sopra
le urla fuori – e dentro – la sua testa, valutò se il vestito verde potesse
esser consono a una giornata grigia come quella appena iniziata.
3. Sposare l'erede di un'importante famiglia Purosangue
Pansy Parkinson sedeva sul suo letto, così fremente d'attesa che le sue mani
avevano preso a stropicciare un fazzoletto di seta senza che lei ne fosse ben
cosciente.
Dall'altro lato della stanza colse il suo riflesso nello specchio, il riflesso
di una ragazza vestita di grigio per il suo matrimonio e, sebbene fosse stata
convinta fino all'ultimo che il grigio sarebbe stato segno di sventura, i fatti
l'avevano contraddetta.
Anche nell'immagine riflessa il suo anello brillava intensamente, e Pansy,
sorridendo, abbassò lo sguardo sulla sua mano per ammirarlo ancora una volta.
Le venne in mente quando Draco glielo aveva regalato, e il sorriso si aprì più
luminoso ancora sul suo viso.
Era il giorno del suo compleanno e avevano progettato di restare a casa di lei
per celebrare privatamente, ma Draco era arrivato in tremendo ritardo, “per far
visita alla madre fuori di testa”, le aveva spiegato.
Pansy era stata quasi sul punto di mandare tutto a quel paese, chiamare Daphne,
e festeggiare a base di pettegolezzi e cibo indiano con lei, ma poi Draco era
finalmente arrivato, col volto un po' triste --come sempre quando passava da sua
madre --, un anello con diamante e una proposta di matrimonio.
Pansy non aveva neanche dovuto pensarci su: era dal terzo anno della stupida
Hogwarts che aspettava questo momento.
Avevano deciso di sposarsi presto, nel castello di lei, con una cinquantina di
invitati e un sontuoso banchetto.
Della famiglia di Draco non si sarebbe presentato nessuno, anche perchè gran
parte era finita ad Azkaban, e sua madre fuori di testa non faceva che urlare, e
non sarebbe stata proprio di compagnia.
Ma a Pansy non importava, perchè avrebbero anche potuto essere soli e sarebbe
stato ugualmente il giorno più bello della sua vita.
Fu riscossa dai suoi pensieri dal bussare alla porta e, riavviandosi i corti
capelli dietro le orecchie, esclamò un allegro “Avanti”.
La porta si aprì lentamente, e quando Draco comparve finalmente alla sua vista,
Pansy si meravigliò nel constatare che non aveva ancora indossato il suo abito
da cerimonia.
“Draco!”, esclamò, alzandosi e andandogli incontro col proposito di gettargli le
braccia al collo, ma lui le prese le mani e la trattenne.
Pansy non fece caso al gesto, ma gli sorrise raggiante.
“Perchè non sei ancora vestito? I nostri ospiti saranno qui tra poco!”
Draco distolse lo sguardo e corrugò leggermente la fronte.
“Pansy...” mormorò, facendola sedere sulla sedia più vicina, “C'è qualcosa che
devo dirti.”
Pansy si irrigidì impercettibilmente, ma continuò a sorridere.
“Che succede?”
Draco non le rispose subito, preferendo restare in piedi, e Pansy lo vide
stringere il pomo del suo bastone con tanta forza, che avrebbe quasi voluto
chiedergli di smetterla, perchè si sarebbe fatto male, perchè...
“Non c'è un modo indolore per dirlo” Draco esclamò infine, fissandola negli
occhi, “Quindi ritengo sia meglio dirlo e basta. Non voglio più sposarmi.”
Fu come se qualcuno le avesse stretto il cuore in una morsa, e Pansy chiuse gli
occhi e rabbrividì.
“Starai scherzando” biascicò tremante, e si sforzò perchè la voce non le si
incrinasse.
Non aveva il coraggio di riaprire gli occhi e vederlo, bello come sempre, a un
passo dal diventare suo per sempre, eppure così lontano...
“Postporremo il matrimonio, se non ti senti pronto” cominciò allora, tremante.
“Mi basterà schioccare le dita, e tutte quelle persone di là spariranno, e ci
sposeremo un altro giorno, quando tu vorrai.”
Ma le sue parole furono accolte solo da un pesante silenzio.
Quando riuscì ad aprire gli occhi, vide che Draco le dava le spalle, e colse
nella rigidità della sua postura che forse la verità non era che Draco non era
ancora pronto a sposarsi.
Forse non voleva sposare lei!
Improvvisamente, una folle idea le balzò nella mente, e Pansy, accecata dal
rancore e dalla disperazione, si alzò a sua volta, lo tirò per la manica per
farlo girare, e guardandolo negli occhi, cominciò a leggere.
Pansy Parkinson non era mai stata una stupida, e sin dagli anni di Hogwarts
aveva capito che imparare qualche trucchetto era indispensabile per
sopravvivere, in un mondo flagellato dalla guerra come in uno dove regnava la
pace.
Ma era davvero la prima volta che si serviva della Legilimanzia per uno scopo
così puerile e personale.
Nella sua mente si visualizzò una sola, singola immagine, prima che una forza
invisibile la risospingesse indietro nel suo corpo, in piedi nella sua stanza a
guardare negli occhi ora arrabbiati di Draco.
“Come hai osato?” gridò lui, furente, liberando il braccio dalla sua presa.
Pansy era troppo sorpresa - troppo incredula - all'inizio per poter anche
solo pensare di rispondere, ma poi fu come se una lava di delusione e rabbia le
risalesse dalle viscere per fuoriuscire dalla sua bocca, e senza più riflettere
gli si scagliò addosso, tempestandolo di pugni sul petto e gridando senza sosta,
“Come hai potuto? Come hai potuto? Come hai potuto?”.
Solo alla fine, dopo che si fu calmata, si rese conto che Draco l'aveva lasciata
fare, le aveva permesso di colpirlo -- e questo gesto fu l'ennesima riconferma
della sua colpevolezza.
Esausta come non si era mai sentita nella sua vita, Pansy si lasciò cadere sul
suo letto, gli occhi gonfi di lacrime.
“Ora puoi anche andartene” mormorò a bassa voce, e con la coda dell'occhio vide
Draco avvicinarsi alla porta, fermarsi per un momento, e poi imboccarla senza
guardarsi indietro.
Finalmente le lacrime presero a scendere implacabili, e Pansy strappò via a
forza l'abito grigio che aveva indosso, mentre l'immagine che aveva colto nella
mente di Draco riaffiorò in tutta la sua crudeltà.
Ginny Wesley.
4. Dare un erede alla casata dei Malfoy
Ginny Wesley, seduta nel salottino dei Granger, guardò la foto animata dalla
cornice grigia che ritraeva Ron, Hermione e il loro bambino, e sorrise.
“Sembrano così... felici, in questa foto” esclamò, sospirando, e si volse
verso Draco per mostrargliela.
Lui le lanciò un'occhiata poco interessata e tornò a sfogliare la Gazzetta del
Profeta.
“Sì, come quelle pubblicità Babbane che ritraggono famiglie disgustosamente
felici e povere” disse di rimando, e Ginny gli rifilò una gomitata nelle
costole e tornò a guardare i visi sorridenti.
“E Harry ha un'espressione proprio buffa” continuò, come se non fosse mai stata
interrotta. “E' davvero il bambino più perfetto del mondo...”
“Certamente...” la interruppe Draco, e quando Ginny alzò lo sguardo vide che
stringeva forte i fogli del giornale, “Se escludi il clichè del nome del
migliore amico morto.”
Lei sospirò e gli prese una delle mani tra le sue.
Ginny Wesley era cresciuta credendo nelle favole.
I maghi cattivi esistevano, i buoni si sacrificavano per il bene superiore, e
alla fine l'eroe sconfiggeva il mago cattivo.
(La storia di Harry Potter.)
Purtroppo, crescendo, ne aveva appresa un'altra, di storia.
I maghi cattivi, creduti morti, tornavano a nuova vita; la paura e il sospetto
-- la guerra -- potevano distruggere intere famiglie e strappare figli dalle
braccia delle proprie madri; alla fine, solo il sacrificio dell'eroe poteva
liberare il mondo dal mago cattivo.
(La storia di Harry Potter.)
Se poi questo eroe era stato, coincidentemente, anche uno dei suoi più grandi
amici, e colui che aveva salvato Narcissa Malfoy, torturata fino alla pazzia, da
morte certa, allora l'argomento diventava decisamente off-limits.
Gli strinse ancora la mano, per rassicurarlo, e lo vide espirare e rilassarsi
molto gradualmente.
“Ma quanto ci vuole per mettere un bambino a letto?” domandò lui dopo un po',
spazientito. “Le visite da tuo fratello sembrano sempre durare un'eternità.”
Ginny scrollò le spalle, e girando lo sguardo intorno nella stanza piccola ma
linda e ben arredata, i suoi occhi incontrarono quelli del piccolo Harry,
ritratto mezzo addormentato in un'altra delle foto che ricoprivano quasi ogni
superfice della casa.
Ne ammirò il sorriso sdentato, le guance paffute e le manine strette a pugno
intorno alle dita dei genitori, e non per la prima volta si sentì invidiosa di
Hermione.
Un po' triste, Ginny si volse allora a guardare Draco e si accorse che, quasi
avessero avuto lo stesso pensiero, anche lui stava guardando la foto. Ma appena
i loro occhi si incrociarono, lui assunse un'espressione sospettosa.
“Ne abbiamo già discusso, giusto?” cominciò con cautela, prima di aggiungere
risoluto, “E abbiamo deciso insieme di non avere bambini.”
Ginny risentì nella testa la voce di sua madre che la metteva in guardia contro
gli uomini che non volevano impegnarsi... e subito la scacciò senza un minimo di
rimpianto.
Dopo la guerra ne aveva avuto abbastanza di favole.
Amava Draco, e non perchè era il cattivo dall'animo sensibile che non era
riuscito a uccidere Silente, né perchè era il tenebroso sulla via della
redenzione che aveva salvato suo fratello dalla morte.
Amava Draco perchè era Draco e basta. Lo amava, lo conosceva, e sapeva cosa
aspettarsi da lui. E quel qualcosa non era di certo un bambino.
“Certo che lo abbiamo deciso” rispose invece, e lo vide immediatamente
tranquillizzarsi. “Non sei pronto ad essere genitore, e di certo non lo sono
io.”
Però, un giorno..., pensò tra sé e sé, e gli sorrise conciliante e
accondiscendente.
Fine